Quando ho cominciato a lavorare in editoria passavo ore al telefono con gli autori. I testi viaggiavano su carta, si lavorava a matita al bordo bozze e i tempi erano molto più distesi. La tecnologia che doveva liberare tempo ha finito per divorarlo. Riflettendoci, mi sembra di poter individuare almeno tre grandi momenti di cambiamento da allora.
La prima rivoluzione: dalla carta al digitale. Le telefonate interminabili degli anni Novanta e l’invasione delle e-mail da cui siamo tutti assediati e di WhatsApp (che io ho vietato ai miei autori per una questione di pura sopravvivenza). Per i più giovani, va ricordato che fino ai primi anni del Duemila i testi – tranne eccezioni – viaggiavano su file lavorati in esterno (fotocomposizioni digitalizzate) e arrivavano poi sempre in cartaceo in casa editrice (e all’autore). Successivamente e in modo abbastanza repentino è diventato indispensabile acquisire via via sempre nuove competenze digitali. La tecnologia ha certamente semplificato molti processi, ma ha anche saturato la vita lavorativa di chi lavora in una Casa editrice, riducendo drasticamente il tempo del dialogo, della lettura e della riflessione sul testo. Nel frattempo, è quasi scomparsa la generazione degli editori con la matita che sono stati sostituiti da figure blindate in riunioni: Editor che sono diventati, loro malgrado, dei funzionari. Le redazioni sono state ridotte all’osso e una parte sempre maggiore del lavoro editoriale viene ormai delegata all’esterno, soprattutto a Service non meglio identificati (se non per il loro costo concorrenziale) con il rischio evidente di uniformare, piallare, normalizzare il testo, a volte senza neppure un vero confronto con l’autore.
La seconda rivoluzione: dal progetto del catalogo di cultura al conto economico. Dalle riunioni ai tavoli ovali sul modello Einaudi (penso per esempio a Case editrici come Theoria) al sopravvento del «conto libro» sulla visione culturale. La tirannia dello storico (il database delle vendite passate) che è sempre esistito, ora è diventato a dir poco determinante. Quindi se un autore non ha venduto molto in precedenza, oppure ha pubblicato prima per un editore grande e poi per uno più piccolo, diventa molto complicato per lui trovare una Casa editrice che lo pubblichi. Il mercato è per tutti l’obiettivo principale da centrare. Uno dei paradossi dell’editoria, noto a tutti gli addetti alla filiera, è che un testo viene presentato alla rete promozionale quando è in ancora in fase di scrittura: ovvero si vende un prodotto che ancora non c’è. Questo accade in tutte le catene di produzione al mondo, ma un libro non è un oggetto seriale. Ogni libro è diverso dall’altro e le strategie marketing per i libri sono sempre molto complesse da applicare. E ormai a decidere del destino di un libro sono le tirature e i tempi di produzione accelerati, molto spesso a scapito della curatela. La scrittura che dovrebbe essere al centro non lo è più da diversi decenni. Chi immagina il proprio catalogo come una Costellazione di opere, l’Editore che ragiona come fosse lui stesso un narratore, chi anticipa il gusto e rischia sugli esordienti: appartiene ormai quasi prevalentemente alla piccola editoria o a Case editrici indipendenti. In questo sistema l’autore è sempre più solo e, contemporaneamente, sempre più esposto. Gli scrittori veri sono o ignorati o assillati dagli uffici marketing e uffici stampa e costretti a fare i promoter di sé stessi: travolti da promozioni, fiere, presenza social e relazioni pubbliche. E si sentono sempre più soli.
La terza e ultima rivoluzione: l’arrivo in Casa editrice dell’AI. La tentazione di velocizzare ulteriormente il rocesso grazie all’AI ha dato un’ulteriore spinta all’industria editoriale verso l’omologazione a scapito della qualità. Ciò detto, personalmente trovo epocale la possibilità data dall’AI di fornire la sinossi di un testo di settecento pagine in pochi secondi. Bisognerebbe però, in questa prospettiva, aiutare i giovani Editor a saper gestire e governare l’AI che da sola non può e soprattutto non deve decidere la rotta. L’AI lavora per statistica e prevedibilità; la letteratura lavora sull’imprevedibile, sulla voce unica e sull’imperfezione umana. L’AI può correggere un testo, ma non può creare una relazione, empatia e visione critica con l’autore. Ricrea non crea, non è utile a chi inventa storie, anche se rimane un ottimo supporto per la correzione di bozze e il copy editing. Ciò detto, il lavoro sulla voce di un autore resta un fattore profondamente umano. La perdita del concetto di mediazione – che si era già diffusa con il self publishing – con l’AI rischia un capovolgimento di senso: senza il filtro, il coraggio e lo sguardo critico dell’Editore, il testo arriva l lettore esattamente così come nasce, magari pulito e perfettamente corretto, ma non editato. Ci si dimentica che l’esigenza primaria di chi scrive è invece un’altra: avere qualcuno che guidi la propria riflessione sul testo, ne individui la voce e lo rispetti. Personalmente ho avuto il privilegio di poter fare una scelta.
Il passaggio dalla «giostra editoriale» su cui ho viaggiato per venticinque anni, e ancora frequento, fino alla dimensione artigianale riscoperta in Casa dell’autore® che ho fondato a Firenze per continuare a fare quello che ritengo costituisca il cuore del lavoro editoriale (scouting, editing, maieutica) che all’interno della macchina industriale spesso non si ha più il tempo di fare.
In estrema sintesi, quindi, non è cambiata l’editoria, è cambiato il modo di fare editoria.
Si pubblica per andare incontro al lettore, alle sue richieste, non per cercare di stimolarne la curiosità o aprire varchi in direzione di quella che il mio amato Roberto Bazlen chiamava la «primavoltità». Ma le esigenze dei lettori forti e degli scrittori veri sono rimaste (per fortuna) inalterate ed è in quella direzione che chi si occupa di formazione deve saper indirizzare i nuovi Editor. Facciamo forse ancora in tempo a rimettere al centro ciò che vale: la lettura, la critica, la scrittura. E nel mio piccolo, almeno nelle Università dove insegno, insieme con gli altri colleghi Docenti, cerchiamo di andare tutti esattamente in quella direzione.
